Cosa sapere per provare a coltivare tartufi-parte quinta-

17 maggio, 2013





Mau, id 1, trovatartufi.com

Seguono altre notizie osservazioni... e risultanze di esperiementi scientifici sulla tartuficoltura.

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Produzione di piantine micorrizate
con Tuber magnatum Pico


Gian Luigi Gregori (a) e Raoul Ciappelloni (b)

a) Centro di Ricerca sul Tartufo di Sant'Angelo in Vado (PS)

b) Istituto Sperimentale per la Selvicoltura - Arezzo

Introduzione

La moderna tartuficoltura si basa sull'impiego di piantine preventivamente micorrizate; queste, messe a dimora in un terreno idoneo ed assoggettate ad appropriate tecniche agricolturali, rappresentano per ora l'unico mezzo che consente di produrre i corpi fruttiferi dei tartufi (Tocci, 1982).

La messa a punto di tecniche vivaistiche affidabili nella produzione di materiale da destinare alla tartuficoltura ha costituito in questi ultimi anni un notevole e complesso campo di studio (Bencivenga, 1982; Chevalier e Grente, 1978; Chevalier, 1985; Fassi, 1967; Gregori, Tocci, 1985; Palenzona, Fontana, 1978; Tocci, Gregori,
Chevalier, 1985; Zambonelli, 1983).

Se si può affermare che per Tuber melanosporum i progressi compiuti ne consentono una sicura coltivazione (come è dimostrato dalla raccolta di tartufi in tartufaie impiantate) non altrettanto
si può dire per Tuber magnatum per
il quale non si è giunti alla produzione in campo di corpi fruttiferi. Incomplete sono anche le conoscenze circa le sue esigenze ecologiche e la sintesi micorrizica su vasta scala viene conseguita con difficoltà ed a volte presenta inspiegabili insuccessi.

La presente nota intende portare, a livello di produzione vivaistica di piantine micorrizate con Tuber magnatum, un contributo sui seguenti elementi:

l) Pianta simbionte;

2) Tipo di contenitore;

3) Substrato di allevamento;

4) Tipo e modalità di inoculo.

Le indicazioni di seguito riportare sono emerse dallo svolgersi della normale attività vivaistica presso il Centro di Ricerca e Sperimentazione sul Tartufo e sulla Tartuficoltura di Sant'Angelo
in Vado (PS) nel corso del quinquennio
1984-1988.

Pianta simbionte

La scelta della pianta simbionte deve essere
fatta tra le numerose specie ospiti di Tuber magnatum in base alla loro adattabilità al clima e al terreno dei luoghi d'impianto (MannozziTorini, 1984).

A livello di pianta forestale simbionte, a parità di specie e di modalità di inoculo, si può registrare una netta differenza nel grado di micorrizazione a seconda che l'inoculo venga effettuato su semenzale e seme - es. ghianda, nocciolo - o su talea autoradicata.

Mettendo a confronto i risultati ottenuti nell'inoculazione di semi - non germinati - rispetto ai semenzali - alla terza quarta foglia - e di questi ultimi rispetto
alle talee autoradicate si possono fare le seguenti considerazioni.

Seme/semenzale: da prove effettuate in substrati diversi e con diverse modalità di inoculo, si evidenzia che il materiale inoculato a livello di semenzale presenta un indice di micorrizazione più elevato dovuto ad un apparato radicale meno fittonante e più ricco di radichette secondarie e terziarie.

Per quelle specie vegetali i cui semi sono piccoli (Salix sp., Populus sp. etc.) o di difficile manipolazione nella sterilizzazione (Ostrya carpinifolia) o che germinano in tempi molto lunghi (Tilia
sp.) si ricorre a talee autoradicate.

Semenzale/talea: in prove di inoculo su talee
di nocciolo (Corylus avellana) e di tiglio (Tilia sp.) emerge che queste nella prima fase di radicazione (generalmente coincidente con il momento più appropriato per l'inoculo) presentano un apparato
radicale poco idoneo alla micorrizazione
perché scarsamente provviste di radichette
corte.

Il grado di micorrizazione inoltre, risulta
migliore nelle piante che presentano un accrescimento radicale più lento.

Aparità di costo vengono preferite le talee prelevate da piante sotto cui sono stati rinvenuti corpi fruttiferi di Tuber magnatum, anche se va precisato che per il momento non c'è alcuna conferma sperimentale di una loro maggior predisposizione alla micorrizazione.

Per l'impianto di tartufaie di Tuber magnatum
sarebbero da preferire specie simbionti a rapido sviluppo e dotate di un apparato radicale capace di colonizzare il suolo in fretta; d'altra parte si rileva che un troppo rapido sviluppo radicale può creare problemi nell'instaurarsi della micorrizzazione ed in una sua ulteriore diffusione, poiché il micelio stenta a seguire l'accrescimento degli apici di neoformazione.

Contenitore

È ormai pratica comune fare uso del contenitore nella produzione di piantine micorrizate (Chevalier, 1985) per i vantaggi che esso offre rispetto alla produzione di piante a radice nuda:

1) permette di scegliere il momento in cui effettuare l'inoculo e di posizionarlo attorno al sistema radicale;

2) evita brusche rotture del micelio e delle radichette al momento del trapianto;

3) riduce lo choc da trapianto e permette la introduzione di queste piante anche in ambienti non ottimali.

L'uso di un contenitore non appropriato può
contribuire a rendere problematico il conseguimento di una buona micorrizazione.

Per forma si sono rivelati idonei i contenitori di tipo conico con rilievo interno al fondo (Amorini, Fabbio, 1984) la cui funzione è quella di impedire la riformazione del fittone centrale favorendo
la proliferazione delle radici laterali.

La forma conica consente inoltre una distribuzione più uniforme delle radici che risultano equidistanti dal colletto.

La dimensione del vasetto deve essere tale che il volume di terra a disposizione delle radici fornisca da un lato uno spazio sufficiente allo sviluppo della porzione ipogea della pianta, dall'altro che il quantitativo di inoculo impiegato non
venga disperso in una eccessiva massa di terreno (Gregori e Tocci, 1985).

Substrato di allevamento

Fra i vari substrati utilizzabili e per quanto riguarda la loro idoneità nella produzione vivaistica di piantine micorrizzate con Tuber magnatum si è constatato quanto segue.

Vermiculite e perlite, pur avendo il vantaggio di essere substrati inerti, hanno il difetto di non opporre una sufficiente resistenza all'avanzamento dell'apparato radicale che velocemente e scarsamente ramificato raggiunge il fondo del contenitore.

Questi materiali creano un ambiente eccessivamente aerato se asciutto, o asfittico se molto bagnati.

Inoltre non contengono alcun elemento
nutritivo costringendo ad una continua somministrazione liquida di macro e micro-elementi con conseguenti problemi di coltivazione.

Vermiculite e perlite sono invece substrati molto adatti alla tecnica di inoculo con porzioni di radici preventivamente micorrizate (per approssimazione radicale) (Tacci et al. , 1985).

I terreni naturali pur essendo di difficile sterilizzazione, presentano le caratteristiche migliori sotto il profilo nutrizionale e di resistenza alla penetrazione delle radici.

Per la produzione di piantine tartufigene con il tartufo bianco si sono rivelati adatti come substrato (non solo per l'inoculo ma anche per l'allevamento) terreni
di tartufaia a tessitura franco-sabbiosa,
sciolti e drenanti, con un contenuto medio (circa 3%) di sostanza organica che consentono una buona coesione fra le particelle primarie, una discreta porosità ed un sufficiente grado di ritenzione
idrica.

Per la produzione di piantine micorrizate con
Tuber magnatum i metodi di inoculo piu usati sono: quello per spore e quello per approssimazione di radici (Palenzona e Fontana, 1978; Tocci et al., 1985; Zambonelli, 1983).

Il metodo di inoculo per coltura miceliare
(Fontana, 1968) non è ancora realizzabile né su vasta scala né in laboratorio per la difficoltà di ottenere colture in vitro di tartufo bianco.

Nell'inoculo sporale è di fondamentale importanza (Chevalier e Grente, 1978) la sua qualità, intesa come intrinseca capacità di infettare, sopravvivere e di adattarsi al substrato.

La qualità è variabile con l'età dei corpi fruttiferi e anche con le modalità della loro conservazione.

Importante è pure la quantità, infatti si deve tener presente la dose minima necessaria è di 0.3-0.4 gr di tartufo secco per pianta (nel caso di Tuber magnatum)
per ottenere l'instaurarsi della micorrizia.


Un fattore fortemente limitante la quantità
di inoculo usabile è l'elevato prezzo di mercato dei tartufi, (nel 1988 L. 1.500.000-2.000.000 il kg al dettaglio).

Per ciò che concerne il momento in cui somministrare l'inoculo, le esperienze
effettuate fanno supporre che se per lo sviluppo del micete l'epoca migliore è il periodo estivo (clima caldo-umido; maggio giugno), la pianta rivela una maggior recettività nelle prime fasi di sviluppo (plantula allo stadio di secondaterza
foglia; periodo primaverile).

A proposito delle modalità di somministrazione dell'inoculo si è osservato che i vari sistemi di localizzazione (immersione delle radici nella
sospensione di spore, cospargimento della polvere sparale su radici bagnate etc.) provocano spesso una micorrizazione per lo piu limitata ad un solo settore dell'intero apparato radicale.

Conviene quindi ripartire l'inoculo in un volume ottimale di substrato, per avere una micorrizazione diffusa.


Fra queste, sulla base delle esperienze condotte, il piu appropriato per la produzione di piantine micorrizate su vasta scala sembra essere il metodo per carpofori essiccati (h) il quale
consente:

1) di realizzare una maggior conservabilità delle spore;

2) di avere a disposizione inoculo efficace nel momento stabilito per la micorrizazione;

3) di rendere meno laboriose le fasi della sua somministrazione.

L'inoculo per approssimazione di radici preventivamente micorrizate (impropriamente chiamato « innesto radicale» si è rivelato adatto per Tuber magnatum (Tocci et al., 1985) poiché consente di raggiungere facilmente una buona micorrizazione;

inoltre permette di mantenere il costo delle piantine micorrizate ad un livello inferiore
a quello sostenuto per approntare una pari produzione utilizzando come inoculo le spore.

Gli svantaggi dell'approssimazione radicale
sono dovuti alla laboriosità di alcune operazioni (scelta delle porzioni radicali micorrizate) e dalla difficoltà di isolare le sole micorrize di Tuber magnatum, in quanto è possibile introdurre altri inquinanti.

Nel caso dell'inoculo per "innesto" è stata presa in esame l'ubicazione delle porzioni radicali.

Per Tuber magnatum, risultati pressoché identici si sono avuti sia avvolgendo le porzioni radicali recise fra le radici principali della pianta ospite nella zona del colletto, sia posizionandole al fondo completamente libere ed adagiandovi sopra l'apparato radicale della pianta da
inoculare.

Conclusioni

Va rilevato come, allo stato attuale delle conoscenze, le tecniche vivaistiche adottate nella produzione di piantine micorrizate con Tuber magnatum abbiano raggiunto un sufficiente grado di affidabilità almeno per ciò che concerne il conseguimento di una buona micorrizazione.

Rimangono d'altra parte da approfondire alcuni aspetti:

1) incrementare le conoscenze sulla biologia del Tuber magnatum per migliorare ulteriormente le tecniche di allevamento in serra;

2) accorciare il tempo necessario per ottenere, in ambiente protetto, la piena micorrizazione con il Tuber magnatum che attualmente si aggira intorno alle due stagioni vegetative;

3) ottenere delle colture miceliari di Tuber magnatum in vitro per una facile ed efficace tecnica di produzione di piantine tartufigene con materiale micropropagato.




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